Ma è un genere antico, il lamento teatrale. Basta aprire
“Grazie per le magnifiche rose”, nuova edizione dei reportage teatrali di Alberto Arbasino degli anni Sessanta, appena riedito e smagrito in una scelta di pezzi da Adelphi (è il primo Arbasino postumo dopo la morte dello scrittore a marzo scorso). Primo capoverso: “turbati dagli allarmi sulla crisi del Teatro Italiano” (già le maiuscole annunciano lo sfottò) “che si sono letti in ogni giornale per molti anni, e ansiosi delle sue sorti; percossi da presentimenti e da ambasce; finalmente travolti dalla commozione dopo aver appreso dalle cronache la rappresentazione simultanea di tantissime novità connazionali su tutte le scene della città, noi che di solito non andiamo mai a teatro, preferendo battere i cinema e le sale da ballo (…) abbiamo deciso di rastrellare tutte le platee della Capitale, una o due per sera, per la durata d’una settimana”. Il pezzo si chiama appunto Una settimana romana, una specie di esperimento sociale a cui Arbasino si sottopone, full immersion nel teatro sperimentale italiano. Primo spettacolo: “un gruppo di culone recita animosamente con le sottovesti e coi petti, telefonano in letto (…), mettono i pentolini al fuoco dicendo la battuta spregiudicata, e fanno l’amore praticamente sul tavolo (…); fuori dalla finestra della polizia brillano e si spengono i peccaminosi neon rossi e verdi, scrivono ‘Night o ‘Sale e tabacchi’. Ci hanno subito molto informati sul fatto che il lavoro aveva avuto un grande successo all’estero; ma ‘l’estero l’è grande, grande’, diceva una spettatrice pensosa dietro di noi”. Non che Arbasino fosse necessariamente esterofilo, almeno non qui: a Broadway, registra, “lo spettacolo più noioso che si sia mai visto. (…) Un orrendo telone viene alzato sul fondo, come una cupola Fortuny sporca, perché si è in una specie di circo, nuova come metafora”. Il librone, che adesso è un libriccino, usciva nel 1965, non c’era il Covid, eravamo in pieno boom anche dello spettacolo. Ma il lamento sul teatro e la crisi del teatro era già allora un genere floridissimo. Però, oggi, invece di firmare appelli e lanciare fatwe, magari se si scrivesse così, di teatro, qualcuno ci si avventurerebbe, alla riapertura, saltando perfino una sessione di zumba (pare difficile, in realtà: del resto, dopo il lamento sul teatro viene il lamento sul fatto che non si scrive più di teatro: non se ne esce, è chiaro).