Così l’Erdoganomics sta portando la Turchia in recessione

La lira del Sultano a nuovi minimi e l’inflazione galoppa. Quando la politica s’impossessa della Banca centrale genera mostri
26 MAR 19
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Un grande manifesto del presidente turco Erdogan con la scritta "Istanbul è una storia d'amore per noi" (Foto LaPresse)

Berlino. Dopo un decennio al galoppo anche il pil della Turchia si è contratto per due trimestri consecutivi (meno 1,6 per cento nel terzo e meno 2,4 nel quarto trimestre del 2018). Il paese è entrato in recessione. Il ministro delle Finanze Berat Albayrak ha reagito affermando che “in termini di attività economica, il peggio è alle spalle” e che, meglio ancora, “le previsioni peggiori non si sono avverate”. Eppure il doppio passo indietro del pil non è una questione solo congiunturale. La debolezza della lira turca. Nel corso del 2018 la divisa nazionale ha perso il 30 per cento del proprio valore sul dollaro e l’inflazione corre (quasi) senza freni ormai da molti mesi. Le pressioni sulla lira sono aumentate la scorsa estate con lo scoppio della guerra commerciale fra Turchia e Stati Uniti.
In agosto Donald Trump e Recep Erdogan hanno imbastito una gara al rialzo dei dazi doganali sui prodotti dell’altro paese. Nello scontro con la potenza economica americana, la lira turca si è sbriciolata e l’inflazione ha preso nuovo impulso. Due fenomeni contro i quali la Banca centrale ha potuto fare poco. In una situazione di capitali in fuga, valuta nazionale al collasso e inflazione in crescita, un istituto centrale tenderebbe ad aumentare subito il tasso di interesse. Erdogan, tuttavia, ritiene che tassi alti siano “il padre e la madre di tutti i mali” e che sia meglio alimentare l’economia con nuova moneta. Ecco perché il governatore turco Murat Çetinkaya ha aspettato fino a metà settembre prima di imporre una decisa stretta monetaria. Come previsto dagli osservatori, la lira si è stabilizzata sul dollaro ma la mossa non è bastata.
I toni duri contro le imprese straniere – tedesche e olandesi in primis –, le pressioni sulla Banca centrale e la promozione del giovane e poco competente genero Albayrak dall’Energia alla guida di Tesoro e Finanze erano già bastate a mettere gli investitori in allerta. L’incertezza del diritto dovuta al piglio autoritario del sultano ha fatto il resto, allontanando anche il partner più solido della Turchia: la Germania. Lo spiega bene al Foglio Martin Wansleben, direttore generale dell’Associazione tedesca delle Camere dell’industria e del Commercio (Dihk). “I recenti avvenimenti intorno all’allontanamento di due giornalisti tedeschi dalla Turchia hanno ulteriormente indebolito la fiducia degli investitori locali”. E la riluttanza delle imprese tedesche a fare nuovi investimenti “potrebbe continuare”. “Ciò sta avendo un impatto negativo sulla Turchia e la previsione di crescita per il 2019 è stata significativamente ridotta a meno dell’1 per cento”, dice Wansleben. I consumi interni continuano a indebolirsi a causa dell’elevato tasso di inflazione. “Per sfruttare meglio il potenziale esistente della Turchia e per aumentare l’attrattiva del paese per gli investitori stranieri, sono necessari segnali chiari per rafforzare la certezza del diritto”, conclude Wansleben.
Eppure Erdogan ha fatto a lungo rima con crescita in Turchia, che, riconoscente, lo ha rieletto a più riprese. Kerim Arin, docente turco di Macroeconomia e teoria monetaria all’Università Zayed di Abu Dhabi, ricorda che dalla sua ascesa al potere nel 2003, Erdogan “ha favorito la stabilizzazione del sistema politico, ha migliorato le relazioni con i paesi della regione”, leggi medio oriente e arco ottomano, “permettendo a molte ditte edili, volano della crescita, di ottenere contratti sontuosi in Azerbaijan, Kazakhstan e Turkmenistan”. Il quadro però oggi è cambiato: risparmio domestico e investimenti stranieri sono ai minimi, così come lo è la lira turca – circostanze che non sono sfuggite né a Moody’s né a S&P’s. Al pari di quello fisico, anche il capitale umano è in fuga, con decine di migliaia di esponenti dell’intellighentsia turca che hanno lasciato il paese negli ultimi due anni – vuoi per la stretta autoritaria vuoi per la peggiorata situazione economica. Non ultimo, il crollo della lira ha fatto crescere il costo delle importazioni di ferro, acciaio e come dei carburanti necessari all’economia nazionale. La Erdoganomics non funziona più.