Odiando California

Per la proprietà transitiva adesso il nemico numero uno di Trump è il governatore della California, Gavin Newsom, perfetto ritrovato di californietà, sembra fatto con un prompt dettato da un coro di signore di Palm Springs. Belloccione, molto in forma, perché essere democratici non vuol dire essere brutti, anzi. Nessuno poi è brutto, in California, causa esercizio fisico, aria pulita, ingredienti farm-to-table, luce giusta, anche un po’ stigma della bruttezza stessa, forse per questo Trump non si sente amato, come da Harvard. Newsom veste alla californiana cioè casual come il famoso centogrammi smanicato con cui accolse nel 2019 Mattarella in una visita di stato (che facendo impazzire il cerimoniale avvenne in una foresta di querce a Muir Woods, perché l’ambiente e gli alberi sono sacri al cuore dei californiani, non come da noi dove li abbattono perché rovinano la carrozzerie delle macchine). Insomma il bel Newsom, Trump sta cercando di farlo passare per un pericoloso comunista, con qualche difficoltà, va detto. Democratico sì, ma milionario, in quanto la sua famiglia ha sempre amministrato le ricchezze di casa Getty. Perché essere di sinistra in America è un’altra cosa, ricordiamoci sempre l’esteticamente simmetrico governatore democratico dell’Illinois, il roccioso JB Pritzker (famiglia che dà il nome al Nobel dell’architettura, ricconi di Chicago, possessori tra le altre cose della catena Hyatt) che l’estate scorsa parlando di Trump alla convention democratica, arringava così le folle: “Quello è un poraccio, lasciatevelo dire da un vero miliardario. Avete mai visto con che razza di aereo privato va in giro?”. Intendendo il catorcio nero-oro con cui Trump scorrazza da anni, riuscendo a sembrare ricco solo ai poveri, finché ora ricco è diventato davvero, e come tutti i ricchi non spende, e l’aereo nuovo se l’è fatto regalare.
Ma tornando a Newsom, un po’ Christian Bale in “American Psycho”, un po’ Michael Douglas in “Wall Street”, Douglas recentemente in una intervista ha detto che se lo girasse oggi, il film che proclamava che “l’avidità è giusta! L’avidità è buona, l’avidità salverà la disfunzionante società che ha nome America”, lo farebbe in Silicon Valley. Però Newsom mai metterebbe quei gessati, né aderirebbe al neo cafonalesimo che il trumpismo 2.0 sta imponendo oggi al paese e al mondo, l’estetica di maschi tutti Tony Effe, quella “energia maschile” che Mark Zuckerberg, fintosi per anni maschio beta, tutto cavolo nero e auto non inquinanti, ha tirato fuori ultimamente a ritmo di catenone d’oro e bicipiti guizzanti.
Comunque, in California, a parte il mondo del cinema, i parrucchieri costano talmente tanto che nessuno ci va, e dunque il capello spettinato è parte dell’estetica, insieme alle ciabattine infradito e allo smanicato e all’ubiquo tappetino da yoga. Poi c’è un mondo di mezzo, la donna mezza newsoniana e mezza trumpiana, come Kimberly Guilfoyle, ex moglie di Newsom, ex conduttrice Fox, e ora morosa o forse ex morosa di Donald Trump jr, figlio dell’Arancione (dovrebbe andare a fare l’ambasciatrice americana in Grecia, è una californiana con tubino, in transizione verso Maga girl).
Altre transizioni hanno messo in fuga Musk, appunto il figlio indotto a diventare figlia, e dunque via in Texas, ma per sconfiggere il rivale Altman ha messo su X.AI, una startup di intelligenza artificiale – di nuovo -a Los Angeles, mica a Houston tra i bovari. Purtroppo però i suoi tweet non li affida all’intelligenza artificiale californiana o texana bensì li gestisce personalmente. Con scarsi risultati, come nel repentino pentimento dopo la separazione burrascosa da Trump. Il quale, va detto, ha un repertorio di trovate ben più efficaci (avrà una Maga Ai che gli fa un’agenda di vaccate giornaliera?). L’ultima è stata quella di voler cancellare il nome di una nave della Marina militare intitolata a Harvey Milk, celebre attivista gay di San Francisco, assassinato nel ’78. Lo ha fatto naturalmente per farsi notare di più nel mese del Pride, insomma la solita trovata scuoti-coscienze a gratis, su cui probabilmente cambierà idea, e senza peraltro nessuna empatia, essendo stato sparato a sua volta anche lui da un malato di mente.
Milk non era solo un attivista ma anche un consigliere comunale, sparato da un killer con una mira migliore di quello che ha puntato Trump, e che poi se la cavò con pochi anni di carcere, perché dissero che, porello, era depresso. Ammazzò in quella sparatoria anche l’allora sindaco George Moscone, a cui è poi dedicato il famoso Moscone Center dove venivano presentati i prodotti Apple e magari verrà presentato il nuovo aggeggio Ai. Perché in California tutto si tiene, diritti e cavolo nero, startup e cinematografari e tecnologia e ciabattine.
Non che Newsom-American Psycho sia privo di follia, adesso forse gli va bene che si pone come paladino della resistenza, e che Trump manda le truppe, ma subito dopo la vittoria dell’Arancione si buttò anche lui su certi podcast della destra, dicendo che insomma sì, abbasso il gender e i trans (questi poveri trans, colpevoli sempre di tutto!). Poi, appunto, ora gli è capitata ’sta fortuna delle rivolte, chissà se durerà. E chissà che farebbe un altro grande californiano di fuori, Ronald Reagan, che del Golden State fu governatore, prima che presidente, e la cui effigie Trump tiene vicino a sé nello Studio Ovale ormai dorato come la tavernetta di un Casamonica. Bistrattato in vita, celebre per le battute (“Tutti mi chiedono come si possa essere presidenti degli Stati Uniti con un passato da attori, ma io mi chiedo piuttosto come si possa fare i presidenti degli Stati Uniti senza essere stati attori”), seppe tenere insieme tutto, anche un certo esser reazionario con un pragmatismo inaspettato. Da Ronald a Donald, c’è una vecchia foto del 1987 che li ritrae insieme alla Casa Bianca, però certo uno proclamava ottimismo, erano gli anni Ottanta, anzi quello inventò gli Ottanta che dovevano venir fuori dalle cupezze del decennio precedente. Invece, oggi, quell’altro, un misto di sinistri avvertimenti, oscuri presagi, minacce, quotidiano shit show. Poi certo erano altri tempi, e se all’epoca fece scandalo la foto di Nancy Reagan seduta sulle ginocchia di Mr. T cioè il P.E. Baracus di “A-Team”, oggi Trump è P.E. Baracus. Anche Reagan aveva un’università che amava odiare, nel suo caso era la Berkeley culla delle proteste studentesche, e non la Harvard di oggi odiata in quanto simbolo (a costo zero) della fighetteria che fa ribollire il sangue degli analfabeti patrioti. Certo, lui preferisce la Florida, che è una California senza cavolo nero, vegetariani, università, ma coi cubani, tasse più basse e macchine più lunghe. L’odiata California è lo stato di Nancy Pelosi (ricordate quando il marito fu assalito a martellate da un Maga-go infervorato?); di Kamala Harris, di Newsom appunto.
Però adesso i californiani potrebbero anche stufarsi: se la Repubblica di California, simboleggiata dal tipico orso, durò solo un mese, da giugno a luglio 1846, e funziona soprattutto sulle magliette per i turisti, da sempre si parla di una secessione, e mai si fa. In 175 anni (in origine la California apparteneva al Messico, diventò nordamericana solo nel 1850) ci sono state ben 220 proposte di separazione. Il movimento “Calexit” torna fuori ogni tanto, tipo l’Alto Adige, che non vuole veramente abbandonare l’Italia, ma solo sentirsi speciale. Adesso però se ne torna a parlare, di questa Calexit: “i valori californiani sono completamente diversi da quelli del resto d’America”, dice il portavoce del movimento, Marcus Ruiz Evans. Dice che l’idea gli è venuta molti anni fa, nel 2007, quando vide come fu trattata sua madre immigrata in fuga dal Texas razzista, approdata nella accogliente e tollerante California. “Ogni quattro anni”, ha raccontato il calexiter, “dobbiamo avere questa paura di perdere accesso a aria e acqua pulita, a un ambiente non inquinato, e le persone trans e gli immigrati devono vivere nel terrore”.
Così arriva anche l’immancabile referendum: bisogna raggiungere il mezzo milione di firme e allora sarà possibile proporre, tra due anni, il quesito “la California dovrebbe uscire dagli Stati Uniti e diventare un paese libero e indipendente?”. Poi non sarebbe facile, serviranno comunque leggi apposite e una lunga procedura. Per le firme c’è tempo solo fino al 22 luglio. Speriamo solo che i democratici californiani non seguano quelli italiani. Sennò si fa prima a rifugiarsi sugli Appalachi, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
Michele Masneri (born 1974) was born in Brescia and lives between Rome and Milan. He has been writing for Il Foglio for many years. His most recent books include the novel Paradiso (Adelphi, 2024); Steve Jobs Doesn't Live Here Anymore, a collection of reportage from Silicon Valley and California during the early Trump era (Adelphi, 2020); and Stile Alberto, a biographical essay on Alberto Arbasino, published by Quodlibet (2021), which also inspired the documentary of the same name.
