Nella tenaglia di queste due giustizie è rimasto intrappolato un personaggio certamente non secondario: Mario Ciancio Sanfilippo, 86 anni, editore del quotidiano La Sicilia, con epicentro a Catania, e della Gazzetta del Mezzogiorno, giornale radicato soprattutto a Bari e in Puglia.
L’antimafia gli ha sequestrato tutto: oltre ai due quotidiani e a due emittenti televisive, i carabinieri, su ordine della autorità giudiziaria, hanno messo i sigilli a 31 società, a conti correnti in Italia e all’estero, a polizze assicurative e a ogni altra proprietà per un totale, stimato, di 150 milioni di euro. Come primo atto, Mario Ciancio ha lasciato la guida de La Sicilia, seguito dal figlio Domenico, che era il condirettore. “Lascio oggi con amarezza la direzione di questo giornale da me assunta con passione, entusiasmo e spirito di servizio nel lontano 1967”, ha scritto nell’editoriale di congedo. “Ma lascio a testa alta perché non ho commesso alcuno dei reati di cui sono accusato. E lo dimostrerò. Per questo, e direi nonostante tutto, mantengo intatta la fiducia nella magistratura”. Quale magistratura? L’altra giustizia, quella penale, quella che comincia con un avviso di garanzia ma sancisce la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, non è riuscita in quasi dieci anni a stabilire se Mario Ciancio – certamente un ricco uomo di potere – abbia traccheggiato con i boss mafiosi che infestavano con la loro violenza e la loro sopraffazione la vita di Catania. Circolavano da quelle parti boss come Nitto Santapaola, chiamato alla fine degli anni Settanta da Michele Greco, detto “il Papa”, a fare parte della cupola di Cosa nostra; o come Giuseppe Ercolano, che nel 1993 si era presentato, con tutta la sua spocchia, alla redazione de La Sicilia, chiedendo conto e ragione del perché fosse stato definito dal giornale “noto boss mafioso”. Ciancio lo aveva ricevuto nel suo studio e il procuratore Carmelo Zuccaro, che ieri ha tenuto una conferenza stampa per illustrare le ragioni che hanno spinto il suo ufficio a chiedere il sequestro dei beni, ha ricordato non a caso quel lontano episodio e lo ha inserito a pieno titolo nel mosaico dei sospetti. “Quello che ci colpì – ha detto – era l’apparente normalità del fatto che un elemento noto e riconosciuto come esponente di Cosa nostra catanese avesse accesso alla sede della Sicilia e fosse portato davanti al direttore il quale, lungi dal far fronte contro quello che doveva essere un nemico rispetto all’opera dei suoi uomini, chiamava davanti a sé il giornalista per chiedergli di dare le proprie spiegazioni”. Anche se il capo della procura ha voluto assegnargli ieri un peso considerevole nella configurazione della cosiddetta “pericolosità sociale” – preludio, come si sa, al sequestro dei beni – l’incontro con il boss Ercolano non sembra avere avuto una valenza essenziale nel processo penale che dall’inizio del 2010 tenta invano di stabilire se Ciancio, sotto inchiesta per “concorso esterno in associazione mafiosa”, abbia effettivamente aiutato i boss ad accrescere il loro potere. Anzi. Le prove inserite dai pm in quel processo non avevano per nulla convinto, alla fine del 2015, Gaetana Bernabò Distefano, giudice per le indagini preliminari, che con una ordinanza a dir poco clamorosa non solo aveva prosciolto Ciancio dall’accusa di fiancheggiare la mafia ma aveva anche affrontato una questione più generale: e cioè la necessità di qualificare meglio in sede legislativa e giurisdizionale il reato di concorso esterno, fino a oggi relegato in un limbo di indeterminatezza che offre sin troppo spazio all’arbitrio di ogni singolo magistrato.