Due israeliani si confrontano sull’editoriale dell’Economist

Uno è un ex diplomatico vicino ai centri liberal di Tel Aviv. L’altro è un colono della Cisgiordania e ufficiale in congedo. Entrambi vogliono vedere Israele sicuro, forte, riconosciuto. Ma amare Israele significa anche dissentire
29 LUG 25
Immagine di Due israeliani si confrontano sull’editoriale dell’Economist

Immagine generata con AI

Uzi: Hai letto l’Economist?
Nadav: Sì. E sono furioso. Tu no?
Uzi: Furioso no. Direi che finalmente qualcuno, fuori da Israele, ci parla con serietà e lucidità. Non da nemico, ma da amico vero. E dice una cosa semplice: questa guerra, così com’è, ci sta disonorando. Basta. Enough.
Nadav: Bello dire “enough” seduti a Londra. Ma noi, noi israeliani, sappiamo cosa significa fermarsi a metà. Lo abbiamo fatto troppe volte. Ogni volta che ci siamo ritirati, abbiamo ricevuto razzi. Ci siamo ritirati dal Libano, da Gaza, da Hebron. E ogni volta il vuoto è stato riempito da qualcosa di peggiore. Ora che abbiamo Hamas in ginocchio, dovremmo smettere?
Uzi: Io voglio la sicurezza di Israele quanto te. E proprio per questo ti dico: questa guerra non ha più senso militare. Lo dice anche l’Economist. Hamas è sconfitto sul piano strategico, ma noi non possiamo distruggere ogni tunnel o ogni combattente. Lo sappiamo. E allora cosa facciamo, restiamo lì mesi? Anni? Al prezzo di decine di migliaia di morti palestinesi, della condanna globale, e di un logoramento interno che sta spezzando la società israeliana?
Nadav: Ma cosa significa “non ha senso militare”? L’IDF ha il dovere di difendere i cittadini. Se lasciamo Hamas anche con un solo brandello di potere a Gaza, loro diranno di aver resistito. Di aver vinto. Torneranno. E noi ci troveremo di nuovo con ostaggi, razzi, attentati. Che alternativa abbiamo?
Uzi: L’alternativa è proprio quella che propone l’Economist: negoziare adesso, sfruttando la debolezza di Hamas. Costringerli, con Qatar e USA, a un cessate il fuoco serio. Usare quei 60 giorni iniziali non solo per fermare i combattimenti, ma per costruire un nuovo governo a Gaza, sostenuto dall’Autorità Palestinese e da partner arabi. Lo so, è difficile. Ma non è più difficile che occupare Gaza per dieci anni senza via d’uscita.
Nadav: Ma tu davvero credi che l’Autorità Palestinese abbia la forza, la credibilità, il sostegno per governare Gaza? Abu Mazen non controlla nemmeno Nablus! E i “partner arabi” sono buoni per le foto nei vertici internazionali, ma poi? Chi mette gli stivali sul terreno? Chi protegge i civili dai jihadisti?
Uzi: Senti Nadav, so che hai figli. Anch’io. E proprio perché abbiamo figli dobbiamo chiederci: stiamo davvero costruendo un futuro più sicuro per loro o solo allungando un ciclo di violenza? Gli ultimi due anni ci hanno mostrato che l’occupazione a tempo indefinito di Gaza è un disastro – per i soldati, per i civili palestinesi, per la nostra reputazione internazionale. E, ti dirò, anche per la nostra anima.
Nadav: Mi parli dell’anima? L’anima di Israele è sopravvissuta alla Shoah, alla guerra del Kippur, agli attentati. E adesso dovrebbe collassare perché il New York Times o l’Economist ci dice che sembriamo brutti in foto? Guarda che se oggi siamo ancora vivi è perché non ci siamo mai fidati dei buoni sentimenti europei.
Uzi: Non ti parlo dei sentimenti. Ti parlo di strategia. La guerra è uno strumento, non un fine. Quando non produce più vantaggi, si ferma. E oggi l’unico “vantaggio” che Netanyahu ottiene continuando a bombardare è non essere travolto politicamente dalla sua destra. Ma Israele non può essere ostaggio della politica interna. Non può essere guidato dalla paura di Itamar Ben-Gvir.
Nadav: E allora che facciamo, lasciamo che sia Hamas a dettare il ritmo? Fermiamoci e vedremo cosa succede? Così nel 2027 saremo da capo?
Uzi: No, non lasciamo loro il ritmo. Lo prendiamo noi. Lo dice l’Economist: due cose vanno fatte subito. Costringere Hamas alla resa e costruire, nel vuoto che si apre, qualcosa di nuovo, sostenuto da arabi e occidentali. Il tempo è adesso, quando Hamas è debole. Non tra sei mesi, con Gaza ancora più distrutta e Israele ancora più isolato.
Nadav: Parli come se avessimo tutto questo sostegno internazionale. Ma guarda cosa è successo con l’Aia, con la Spagna, con l’Irlanda. Vogliono riconoscere la Palestina mentre siamo ancora sotto attacco! Ti sembra il momento di fidarsi?
Uzi: No, non mi fido della diplomazia ipocrita. Ma mi fido di chi ci è sempre stato accanto, anche quando ci criticava. Gli Stati Uniti. E guarda che perfino loro, oggi, dicono che basta. La Casa Bianca è stanca. Biden lo ha detto chiaramente a giugno. Vuole la fine della guerra. Se lo ignoriamo, rischiamo di perdere l’unico vero alleato strategico che ci è rimasto.
Nadav: Allora mettiamola così: tu vuoi la fine della guerra perché temi per l’anima e la reputazione di Israele. Io voglio finirla solo quando sarà chiaro che non ci dovremo tornare. Solo quando Hamas sarà veramente annientato.
Uzi: Ma se per “annientato” intendi “nessun militante vivo”, non finirà mai. Hamas è un’idea, non solo un esercito. Il modo per annientarla è politico, non solo militare. E’ toglierle consenso, mostrare che Israele non vuole dominare Gaza, ma costruire con i palestinesi qualcosa di meglio. Questo è ciò che davvero la disarma.
Nadav: E se quel qualcosa “di meglio” non arriva? Se non c’è nessuno, tra i palestinesi, disposto a fare quel passo?
Uzi: Allora lo avremo almeno tentato. Avremo messo Hamas spalle al muro, mostrato al mondo chi è che vuole la pace e chi no. E forse, a quel punto, avremo più legittimità per difenderci anche con le armi. Ma adesso, Nadav, siamo noi quelli che sembrano incapaci di fermarsi. E questo non è Israele.
Non c’è pace senza sicurezza. Ma non c’è sicurezza senza strategia. Per molti israeliani – anche tra chi ama profondamente il Paese – l’Economist ha detto ad alta voce ciò che in troppi sussurrano da mesi: questa guerra, così com’è, non porta più nulla. Amare Israele significa anche saperlo dire. Anche a costo di discutere. Anche a costo di litigare. Perché “enough” non è resa. E’ lucidità.