E il nome ricorrente, sebbene non unico, è quello di Giovanni Maria Flick, già presidente della Consulta e già ministro della Giustizia del governo Prodi I, giurista che nel 2016 ha votato “no” al referendum costituzionale, oltre ad aver scritto due libri sulla Costituzione, didattici anzichenò, motivo per cui, tra le altre cose, circa un anno fa, è stato molto corteggiato dalla Giunta Raggi per una consulenza. Acqua passata? Chissà (“il patto tra i vincitori sulla guida del governo”,
ha scritto Ferrara, “non può che vertere su una personalità terza e rassicurante per la sua immagine, ma priva di potere reale… chi meglio di Giovanni Maria Flick?…”). E se Flick, non più tardi di tre settimane fa, ha definito “fiction” l’ipotesi di un governo centrodestra-Lega con il suo nome a far da perno, ieri, dopo i primi due giorni di consultazioni, il suo nome è circolato come quello di possibile personalità centrale neutra, anche se non equidistante, nella costruzione ipotetica apparentemente opposta: un governo – sempre a emanazione presidenziale, sempre formato a partire da un nome che piaccia ai Cinque Stelle – ma a cui il Pd di area non strettamente renziana non possa dire no, e questo mentre anche Forza Italia si spaccava in governisti e non. E il nome è sempre lo stesso: Giovanni Maria Flick. Colui che, per caso o non per caso, giorni fa veniva immortalato a Palazzo Madama nell’atto di stringere la mano all’ex premier e riserva della Repubblica Giuliano Amato, e a Luigi Zanda, senatore pd recentemente molto critico con Matteo Renzi. Particolari, questi, che subito hanno fatto pensare a una “rete Flick” già in via di tessitura. E subito si affollavano alla mente dei decrittatori di simboli post-elettorali gli indizi che portavano a individuare nel profilo dell’ex presidente della Consulta quello dell’uomo giusto a prescindere: “Bankitalia, ricordate Bankitalia”. E si cercava di scavare nella memoria alla ricerca dei momenti in cui il giurista Flick, esprimendosi su Bankitalia, avesse potuto dire cose gradite a questi e a quelli, e sgradite magari a coloro che adesso non sono favorevoli a un governo di ampia composizione. E qualcuno le sussurrava, infine, le parole: “Si stanno demolendo a picconate le istituzioni”, aveva detto Flick nell’ottobre del 2017, e cioè nel momento di grande esplosione del caso “Banca Centrale”, con l’ex premier Matteo Renzi che attaccava i vertici dell’istituto centrale: “Mi pare di capire”, aveva aggiunto Flick in quel frangente, “che stia montando il tema di addossare a Bankitalia la responsabilità…. Ora io non voglio entrare nel merito, non conosco i fatti e i dettagli, ma non mi pare che si possa scaricarla su Bankitalia…”. E, con approccio più che altro ma non del tutto tecnico, Flick aveva detto che quel tipo di impostazione gli pareva “rispecchiare una politica penale del credito degli anni Settanta del secolo scorso, quando per controllare la patologia creditizia, la ‘mala gestio’ nella concessione del credito, si arrivò ad elaborare la tesi che le banche sono pubblici uffici o pubblici servizi… Fu una lunga disputa, alla fine della quale, la Cassazione accolse la tesi che l’attività bancaria è un’attività d’impresa… All’epoca si rinunciò a studiare strumenti efficaci di controllo della patologia del credito, ritenendo sufficiente, e in fondo più comodo, delegare il controllo al giudice penale in termini di ‘mala gestio’ del denaro del pubblico. Confondendo in definitiva il denaro pubblico con il denaro del pubblico, che sono cose profondamente diverse”. E attorno alla memoria di quel Flick così poco renziano su referendum e Bankitalia si costruiva la fantasia dell’uomo adatto al frangente: gradito ai Cinque Stelle, non così sgradito ai settori possibilisti di Pd e Forza Italia (anche se nel Pd la precedente esperienza di Flick nei governo Prodi I costituisce per alcuni elemento di diffidenza: nonostante o forse proprio in virtù del profilo tecnico, Flick era stato allora accusato di azione “fuori linea” rispetto a quella della maggioranza).