L'ora del fondo, lo sci low-cost emerso dalle crisi
Agile, nella natura, dipende soltanto dalla neve naturale. E per questo registra nuovi entusiasti: “Pandemia e caro bollette ci hanno colpito meno dello sci alpino”, spiega il presidente di Dolomiti NordicSki, il reticolo di piste più esteso d’Europa
11 FEB 23

Foto di Francesco Gottardi
Lontano dagli skipass a peso d’oro, via dalle ovovie strapiene. Senza più curarsi degli sciatori incerti in mezzo al tracciato o di quegli scarponi granitici – quattro chili ciascuno – appena ci si trascina verso una baita. C’è un altro sci ai piedi della montagna. “E non tutti sanno cosa significa fare sport a contatto con la natura, in pieno inverno”, dice al Foglio Thomas Walch. Però negli ultimi tempi s’è sparsa la voce: il fondo va, funziona, riscopre un appeal dimenticato. “I conti si fanno a fine stagione, però stiamo riscontrando un significativo aumento di appassionati. Ovvio: la nostra macchina non potrà mai competere coi volumi d’affari della discesa libera”, pure ripartita alla grande dopo un biennio di restrizioni. “Ma nonostante tutto, pandemia e crisi energetica ci hanno portato alcuni vantaggi competitivi”.
Walch è il presidente di Dolomiti NordicSki, il reticolo di piste da fondo più grande d’Europa che per 955 km si estende fra Val Pusteria, Ladinia, Cadore veneto e Tirolo austriaco. Un paradiso per la disciplina. “In primis a livello agonistico: ogni anno a Dobbiaco ospitiamo una tappa di Coppa del mondo, mentre il circuito di Anterselva è il fiore all’occhiello del biathlon e qui nel 2026 verranno assegnate tutte le undici medaglie di categoria alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Il nostro territorio esprime testimonial rinomati, da Dorothea Wierer a Dominik Windisch. E grazie agli eventi di punta richiamiamo sciatori da tutta Europa. Soprattutto dai paesi scandinavi”.
Oggi però, ci comunicano dal quartier generale di Dobbiaco (Alto Adige), arrivano richieste di informazioni e curiosità sullo sci nordico anche da oltreoceano. Stati Uniti, Canada. Perfino dal Brasile. “E qui passiamo alla clientela amatoriale”, continua Walch, “che di solito non coincide con chi è avvezzo ai ritmi dello sci alpino. Però un prodotto diverso vuol dire anche costi diversi”. Si pensi agli abbonamenti: per il fondo, lo stagionale viene emesso a 140 euro. Che ormai è poco più di quel che richiede una sola giornata di discesa, tra skipass e noleggio dell’attrezzatura. “Per battere le nostre piste, noi non dobbiamo ricorrere a un uso intensivo dei cannoni da neve. Né ci servono gli impianti di risalita. Per questo stiamo accusando in minor misura il caro bollette, che per i comprensori convenzionali invece si ripercuote con un sovrapprezzo sul consumatore. Così beneficiamo di un po’ di spillover. E di nuovi turisti che mettono al vaglio le varie offerte della montagna”.
Il rovescio della medaglia è che lo sci di fondo è praticabile soltanto se lo vuole il cielo. Letteralmente. “O nevica, o tanti saluti!”, sorride il presidente. “Senza uno strato di neve naturale non possiamo aprire le piste. Quest’anno le condizioni atmosferiche sono state complicate, da almeno un mese siamo comunque a regime in tutte le nove aree di Dolomiti NordicSki e da Natale in poi abbiamo avuto un importante ritorno di avventori. Sia italiani, sia stranieri”. Al momento sono percorribili 112 piste su 190: meno del 60 per cento. “Fuori dalla finestra però vedo qualche fiocco. E ne sono previsti altri”, ottimismo d’alta quota. “Parlo spesso con chi scia, con chi lavora ai noleggi: il boom dello scorso inverno continua ad assicurare lunghi strascichi positivi”. Walch è anche il vicepresidente dell’Unione albergatori Alto Adige. E mentre la montagna finiva nella morsa del Covid, ebbe una felice intuizione: “Fondo gratis per tutti. Molti ne hanno approfittato e così il turismo provinciale ha evitato il congelamento. Siamo comunque la seconda disciplina invernale più popolare: alloggi, baite e agenzie di viaggi dipendono anche da noi. E noi faremo di tutto per continuare a crescere, coinvolgendo ogni attore del territorio e le federazioni sportive”.
C’è un ultimo aspetto, per spiegare il revival dei fondisti. Quegli sci agili, lunghi e ultraleggeri stanno alla neve come la bici al sentiero. O le scarpe da corsa al parco: sport non di contatto, spesso spalmati su lunghe distanze, che durante la pandemia hanno fatto fortuna. “E ora che stiamo voltando pagina, emergono per quello che sono: liberi e salutari”. Basta lasciarsi andare sulla solida scia del gatto delle nevi, a passo alternato o a ritmo di skating. Attorno il silenzio, l’odore di pino mugo, la roccia dolomia da scansionare con calma in tutte le sue increspature: sembra un documentario. Soltanto che si fa.