Si era partiti dai borghi: fuga verso le campagne e non se ne parli più. Ma poi ci si è resi conto che delle nostre amate città non possiamo fare a meno. Eccoci dunque a fare il punto, per uno scambio fra tre città italiane, tre punti di vista di come gestire il dopo-pandemia. Ospiti della Triennale di Milano, del suo progetto “Urban Center” insieme al direttore
Lorenza Baroncelli. Roma e Milano, eterne contendenti, e Genova, città particolare e particolarmente provata. “Parto subito dal dire che io alla fuga dalle città non ho mai creduto”, dice
Luca Montuori, assessore all’Urbanistica del comune di Roma. “Anzi la città è stata la soluzione. Molta gente è stata curata a casa, e questo può avvenire solo in una città, dove c’è una rete di assistenza”. Ma Roma è una città abbastanza vincitrice morale della gestione Covid. E’ l’approccio allo smart working che è opposto. Per
Pierfrancesco Maran, assessore a Milano, è chiaro: “Il telelavoro così com’è non può andare avanti”, dice al
Foglio. La sensazione è che se Milano sta cercando disperatamente di far tornare i suoi lavoratori in ufficio, come vuole il sindaco Sala, Roma sta dicendo: state a casa se potete. La Raggi negli ultimi giorni ha sottolineato infatti che il comune aprirà sedi decentrate. Montuori conferma il trend: “Roma è una città di terziario, e questo spiega molto”, dice Montuori. “Già prima del Covid avevamo calcolato che se ogni giorno il 4 per cento di lavoratori non andasse in ufficio, si avrebbe un risparmio di traffico pari a una nuova linea di metropolitana”. Però a Milano una nuova linea la stanno costruendo: la S9 o “circle line”, “un’opera fondamentale che andrà a potenziare i collegamenti verso la zona sud della città”, annunciata qualche giorno fa dallo stesso Maran, insomma il modello Milano si conferma quello dell’efficienza. “Vogliamo mantenere le qualità del sistema Milano, ma senza gli eccessi, gli “estremismi di frenesia”; come li chiama. Insomma quelli che prima del Covid avevano creato la faccia un po’ spaccona della Milano arrembante. E costosa.
Così se a Roma si teme il crollo immobiliare, a Milano “i prezzi non sono scesi di un euro, né per gli affitti né per le vendite, talmente alta era la richiesta prima”, dice tutto contento Maran. Ma se le case continueranno a costar care, l’housing sociale non pare un obiettivo realizzabile. “Oggi la leva pubblica non è in grado di rivoluzionare il mercato”, dice Maran. “Non fa numeri abbastanza alti. Puoi fare duemila alloggi l’anno se va bene. Non sposta un sistema di 500 mila case”.