Apre domani al Maxxi
“Lina Bo Bardi – A Marvellous Entanglement”, dedicata alla architetta più ganza che l’Italia abbia mai avuto. E’ un po’ un ritorno a casa, non solo perché la Bo Bardi (1914-1992)
era romana, del quartiere Prati, ma anche perché al Maxxi si era già tenuta la mostra del centenario nel 2014 e il museo ha uno degli archivi più ricchi sull’architetta. Adesso questa mostra
dell’artista e videomaker creolo-londinese Isaac Julien, che rende omaggio all’universo creativo dell’architetta italo-brasiliana con video installazioni varie e un film d’arte con le attrici brasiliane Fernanda Montenegro e Fernanda Torres, madre e figlia nella vita, che nel film diventano l’architetta in versione anziana e giovane.
Dialogo con vere parole bardiane e film girati nei luoghi sacri dell’architetta, lo strabiliante museo d’arte di San Paolo, la casa di vetro che si progetta per sé, e il Sesc Pompeia.
“Sono sfuggita dalle rovine dell’antichità recuperate dai fascisti”, scriveva la BB. Lei da Roma, quartiere Prati, partì in cerca della contemporaneità, e dunque prima per Milano: “Per fare pratica”, da
Gio Ponti. “Mi disse subito: io non ti pagherò, sei tu che dovresti pagare me”, scrive nel suo “curriculum letterario” che accompagna l’unico suo scritto, una monografia a introduzione del suo corso di architettura all’Università di San Salvador de Bahia. “So scrivere bene, certo che so scrivere bene.
I miei maestri sono Stendhal e Majakovskij. Il primo mi ha insegnato la concisione, il secondo il ritmo e la fantasia del reale”. E’ una storia che meriterebbe almeno una fiction Rai o un film Mibact, quella poliedrica di Lina BB. Partita da Prati e da un papà monarchico-anarchico, e da quella città e da quegli studi che privilegiavano il passato (dirà:
lì il museo viene spesso confuso col mausoleo, e si studiano solo i monumenti antichi). Fa una tesi di laurea femminista intitolata
“Maternità per madri nubili” che piace pochissimo a Marcello Piacentini, architetto principe del Duce, e presidente di commissione. A Milano, rimane sotto le bombe per difendere lo studio d’architetta. Si rifugia a Bergamo, dove viene trasferita a gestire il governo in esilio della rivista Domus, che a soli 25 anni è chiamata a dirigere.